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" Bartolo Cattafi, Poeta nomade tra tenebra e azzurro"

(Contributo su Bartolo Cattafi, del Prof. Gino Trapani, per la V Infiorata di Olivarella )


Bartolo Cattafi è stato un poeta sperimentale che – pur essendo vissuto al centro del dibattito culturale degli anni del secondo dopoguerra ( la sua prima pubblicazione è del 1951) – si è mantenuto fuori dalla conventicole letterarie.

Dopo aver attraversato la poesia novecentesca tra post-ermetismo e avanguardie europee, egli ha anticipato sensibilità e moduli stilistici non solo della cosiddetta postmodernità ( che ha dominato la scena negli anni ottanta e novanta del secolo scorso), ma anche della poesia dei nostri giorni, in cui si è affermata l’idea che l’uomo ha un’identità mobile o multipla e in varie fasi della sua esistenza appartiene a più culture.

Poeta nomade tra tenebra e azzurro , Cattafi può essere definito un poeta inattuale, nel senso che la sua poesia non è legata solo all’epoca della composizione delle raccolte, ma, a distanza di quasi trenta anni dalla morte, parla ancora al cuore della nuova generazione di poeti del XXI secolo e i suoi versi.

Come ha affermato Giovanni Raboni, con il passare degli anni sembrano acquistare in freschezza e addirittura in novità.
Tratto identificativo della poesia cattafiana è il pendolarismo tra Milano e la Sicilia ( quasi una doppia cittadinanza ideale, a cui corrispondono altri elementi di bipolarità, tra figuratività e figuralità, tra un registro descrittivo -. narrativo e uno astratto – speculativo, tra realismo e visionarietà, nitore classico e minimalismo , tra corporeità umana e modo di essere delle cose, tra organico e inorganico, antropologico e tecnologico.

In tutte le sue raccolte il poeta di Barcellona ha catalogato, con una personale capacità visionaria, gli oggetti di natura, ma soprattutto ha sondato i lati oscuri dell’esistenza, il lato tombale delle cose, catturando e mostrando le ombre come cose salde.

Poeta dell’enigma e del vuoto ( qualcuno lo ha definito poeta tragico o addirittura nichilista), Cattafi ha messo a nudo una sua religiosità atipica, che si è misurata con una continua catabasi nelle nere acque stagnanti del maligno e del demoniaco, del magma e della putredine del mondo.

E’ significativo che gà negli anni cinquanta del secolo scorso egli abbia percepito non solo che la cultura sia divenuta una merce, ma che la stessa sia diventata cultura ( senza più una coscienza esterna a sé, che la raddoppi in ideologia o la trasponga sul registro dell’immaginario). Tuttavia egli non ha mai perso la ferma convinzione del valore conoscitivo dell’atto creativo e la sua indole lo ha indotto ad una rimodulazione continua del tema della luce e del buio, caro a molti poeti e scrittori siciliani, che egli ha declinato, disossando e scarnificando il suo linguaggio, oppure riducendo a fredde luci i colori mediterranei.

Sulla spinta di stati d’animo ora euforici, ora disforici, egli ha elaborato un suo particolare ulissismo, praticato sulle strade del mondo, giungendo alla semplice conclusione che il vero viaggiare lo si fa nel chiuso cerchio della propria stanza, nella ricerca del Dio nascosto da un nido di nebbia.

La sua visione del mondo lo ha indotto anche ad additare alla gogna civile il covile dei ladroni del palermitano Palazzo dei Normanni, con un atteggiamento che potremmo definire di personale leopardismo, per la sfiducia nella magnifiche sorti e progressive.

La sua poesia ci avverte che – dopo le tragedie del novecento (che hanno portato alla negazione della civiltà umanistica) – l’uomo ha bisogno di un nuovo umanesimo.

E il senso del nostro passaggio – un intervallo nel buio (espressione cattafiana, che Stefano Prandi ha usato con titolo nella sua recente monografia del poeta) – è imparare a vivere con altri esseri.

In ciò la letteratura può più della economia e dell’informatica o dell’ingegneria, perché attraverso la visionarietà consente di avvicinarsi a cogliere la vera essenza delle cose e/o a vedere con occhi nuovi un mondo, che sia più duraturo e più vero di quello della realtà in cui siamo immersi.

E’ nato a Barcellona P.G. il 5 luglio 1922 e morto il 13 marzo 1979 a Milano.
E’ sepolto nella cappella di famiglia del cimitero di Barcellona.

Dopo gli studi classici e la laurea in giurisprudenza, ha svolto attività saltuaria in campo giornalistico e pubblicitario.

Negli anni cinquanta ha viaggiato in Italia e all’estero ed ha preferito vivere a Milano, dove si è legato a Vittorio Sereni e ai giovani poeti della cosiddetta Quarta generazione, dei quali nel 1954 esce a Varese un’antologia di liriche a cura di Piero Chiara e Luciano Erba.

Sue poesie sono presenti anche nella rivista il Verri di Luciano Anceschi. Pubblica le prime raccolte di poesia:

Nel centro della mano (1951),
Partenza da Greenwich (1955),
Le mosche del meriggio (1958),
Qualcosa di preciso (1961),
L’osso, l’anima (1964), con cui vince il Premio Chianciano.

Dopo un silenzio di circa otto anni ( durante il quale coltiva la pittura, sposa Ada De Alessandri e si trasferisce in Sicilia, nella casa di campagna di Mollerino), pubblica L’aria secca del fuoco (1972), a cui seguono La discesa al trono (1975), Marzo e le sue idi (1977), L’allodola ottobrina (1979) e, postumi, Chiromanzia d’inverno, Segni e altri inediti.

I riconoscimenti alla sua opera sono venuti tardi, ma si può affermare che oggi si sta finalmente apprezzando Cattafi nella sua vera dimensione, che – affermato da insigni critici, ( Carlo Bo, Silvio Ramat, Giacinto Spagnoletti, Marco Forti, Giovanni Raboni, Vincenzo Leotta, Adele Dei, Paolo Maccari, Stefano Prandi, ecc.) – è europea e mondiale.


Prof. Gino Trapani