" Con Bartolo Cattafi nel solco della sua poesia, prisma sfaccettato di un inquieto percorso esteriore e interiore."
(Contributo su Bartolo Cattafi, del Prof. Giuseppe Anania, per la V Infiorata di Olivarella )
Dopo i crescenti successi di critica e di pubblico conseguiti nelle precedenti quattro edizioni anche quest’anno l’Associazione “ Olivarella Città Futura”,
di San Filippo del Mela, lodevolmente organizza e realizza la quinta “ INFIORATA” ispirata al mondo poetico di BARTOLO CATTAFI, autore di spicco della
cosiddetta “Quarta generazione della linea lombarda”, come è stato sottolineato dal noto critico L. Anceschi.
Pertanto nei giorni 30 - 31 Maggio e 1° giugno 2008 la trafficata via Alcide De Gasperi ad Olivella, come incanto, assumerà nuovamente un’atmosfera
davvero magica come se la mano invisibile della primavera spargesse nell’aria attonita mille e mille petali policromi i quali, posandosi sul grigio asfalto,
formeranno figure e paesaggi balzati fuori dagli intensi versi di BARTOLO CATTAFI nato a Barcellona P.G.(ME) il sei luglio 1922 e deceduto a Milano, il tredici
Marzo 1979.
Ovviamente siffatta iniziativa rende giusto omaggio a una delle più illustri personalità del secondo Novecento letterario, la cui opera poetica, pur
essendo di alto spessore, non è valutata come in effetti merita secondo quanto afferma Paolo Maccari nell’introduzione al suo libro: “ Spalle al muro.
La poesia di Bartolo Cattafi “ ( Società fiorentina 2003). Sempre lo stesso esegeta accosta il poeta barcellonese persino al grande Giorgio Caproni. Su tale
accostamento aveva già espresso stesso giudizio anche l’acuto Luigi Baldacci per certe affinità letterarie tra i due autori.
Bartolo Cattafi, da giovine, non solo è stato influenzato dagli ermetici Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Corrado Govoni, Garcia Lorca e
soprattutto da Giuseppe Ungaretti ma anche dal maestro del simbolismo, Stèphane Mallarmè.
Inoltre agli inizi del suo viaggio poetico fondamentali
sono stati i contatti con gli ambienti culturali messinesi nei quali si respirava aria simbolista.
Illuminante è altresì la dichiarazione dettata da Bartolo Cattafi, durante una licenza di convalescenza nella primavere del 1943, per l’ultima edizione
dell’antologia di Giacinto Spagnoletti sul ‘900: “Cominciai a scrivere versi non so come, ero sempre in preda a non so quale ebbrezza, stordito da
sensazioni troppo acute, dolci. Le mille cose che quella snervante primavera mi poneva erano magicamente gravide di significati, ricche di acutissime,
deliziose radiazioni.
Come in una seconda infanzia, cominciai a enumerare le cose amate, a compitare versi un ingenuo inventario del mondo…
Tutt’intorno lo schianto delle bombe e le raffiche degli Hurricane, degli Spitfire…Me ne andavo nella colorita campagna nutrendomi di sapori, aromi,
immagini; la morte non era un elemento innaturale in quel quadro; era come un peso fiorito, un falco sulla gallina, una lucertola che guizza attraverso la
viottola.”
Altrove ancora dice: “Gli incontri, le letture, le vicende, i viaggi, la minuta storia che giorno per giorno si viene costruendo ( o solo illuminando ? ),
provando e perseguendo i miti, gli emblemi che ci appartengono, ripudiandoli, riprendendoli, coinvolgendone altri nel gioco dell’impegno vitale, sempre
seguendo gli interessi che più premono le secrezioni delle ghiandole, lasciti ancestrali, i diagrammi sulle interne cartelle, i furori e gli amori mutevoli e fedeli,
le tappe in avanti, le tappe a ritroso del comune cammino”.
Sempre nella stessa dichiarazione Bartolo Cattafi confessa: “ Non mi riesce di capire il ‘mestiere’
di poeta, i ferri, il laboratorio di questo ‘mestiere’. Quella del poeta è secondo me una pura e semplice condizione umana, la poesia appartiene alla nostra
più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini.
Di là dagli schemi mentali, dalle velleità, dalle frigide
volizioni e dalle sapienti masturbazioni, la poesia nasce sotto il segno apparente dell’imprevisto…
Poesia è dunque per me avventura, viaggio, scoperta, vitale reperimento degli idoli della tribù, tentata decifrazione del mondo, cattura e possesso di
frammenti del mondo, nuda denuncia del mondo in cui si è uomini, cruento atto esistenziale.” (Letteratura Italiana ‘900.
I Contemporanei. Bartolo Cattafi
di Silvio Ramat. Marzorati. (Vol. IX pagg. 9043-9045).
Bartolo Cattafi il ‘mestiere’ di poeta l’ha svolto molto bene e in maniera originale sul piano tecnico e su quello creativo.
Egli nonostante abbia viaggiato a lungo fuori e dentro i confini d’Italia, ha mantenuto sempre saldi i rapporti con la sua terra messinese i cui colori,
profumi, animali, piante, frutti, climi stagionali e altro sono rimasti indelebili nella mente e nel cuore.
Pertanto ogni volta che egli si allontana , sogna di
ritornare e rituffarsi in una civiltà che evoca al di là delle difficoltà, delle amarezze e contraddizioni vissute. Egli, quindi, attraverso la sua ricca produzione
poetica ‘invita’ il lettore ad accompagnarlo lungo il frastagliato viaggio che egli compie non solo sulle latitudini geografiche ma anche su quelle della
metafora e nel contempo a soffermarsi sui vari particolari rimasti inosservati, per gustare meglio l’essenza della natura. Solo così, a nostro avviso, il lettore
può avere una delle tante chiavi di lettura, per assaporare la poesia di Bartolo Cattafi la quale si mescola anche nelle cose e negli animali anzi ‘si fa’ cose
e animali.
La poesia di Bartolo Cattafi è altresì inno alla bellezza e all’energia cioè alla “vis” della natura guardata, osservata, esplorata in diverse sfaccettature
tonali, evanescenti oppure d’effetto.
I paesaggi lontani o vicini sembrano non infondere alcun senso di estraneità o esclusione, in quanto sono rappresentati, pur con diversi stati d’animo e
diverse forme strutturali, nella loro pura essenza e nella loro vivezza.
Basta sapere frantumare la parola o l’espressione simile a una zolla compatta per
fare spuntare un germoglio o fare scaturire una polla di acqua fresca e pura. Bisogna sapere eventualmente superare l’eventuale spaesamento e andare
al di là della metafora, dell’ambiguità della parola, per cogliere propriamente la forza medesima della parola di Bartolo Cattafi, cantore della natura, del suo
nomadismo, dei suoi affetti familiari (padre, madre, moglie e figlia), dei suoi rapporti amicali (Nino Casdìa, Vittorio Sereni), del suo rapporto con Dio, con
la vita e con la morte.
Nella sua poesia niente è banale; tutto pulsa sotto la superficie magnetica del verso variamente sfaccettato e avaro di segni
d’interpunzione.
Lo scrivente infine con il presente articolo non certamente esaustivo auspica vivamente che la temporanea curiosità di vedere la quinta “INFIORATA” in
questione possa divenire sincera simpatia atta a esplorare e scoprire la ricchezza e il fascino criptico della Musa del grande poeta barcellonese sul quale la
critica letteraria non ha ancora esaurito del tutto il discorso esegetico.
San Filippo del Mela, 01-05-2008Prof. Giuseppe Anania







